LA CAMERA SEGRETA NEL CASTELLO
DUE BORSONI STRACOLMI DI FIORINI D’ORO
(GUIDO ARALDO)
Don Scaglione, parroco di Ferrania e Santa Giulia, probabilmente lo storico più importante sulle Langhe, rinvenne un carteggio nel castello di Simancas, in Castiglia, immenso archivio storico. Questo carteggio riguarda lettere segrete inviate da Antonio de Guzman y Zuniga, marchese d’Ayamonte, governatore di Milano, capitano generale d’Italia, signore e viceré delle terre un tempo appartenute al duca di Milano, al re Filippo II di Spagna nell’anno 1577. Una di queste lettere impiegò un anno ad arrivare al re, giacché il messaggero fu ucciso sui desolati altopiani tra Saragozza e Madrid.
In queste lettere il marchese di Ayamonte informava il suo re di un complotto ordito ai suoi danni e contro alla Spagna in Milano e sulle Langhe.
A informarlo era stato una spia al soldo della Spagna nella città di Savona; un certo Francesco Maria Vigerio, conte decaduto, che vantava un infiltrato nella dimora del signore di Millesimo: un segretario, cancelliere, maggiordomo che abbisognava di denaro allo scopo di sedurre una bella vedova di cui era innamorato. Le informazioni del conte Vigerio avevano inoltre trovato conferma involontaria da un parroco di Millesimo che, in confessionale, aveva ricevuto la confessione di un congiurato timorato di Dio.
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La congiura, inoltre, si sviluppava su una dimensione internazionale poiché erano implicati alcuni Gesuiti romani, probabilmente accreditati presso la Curia papale, desiderosa di contenere lo strapotere in Italia del re cattolicissimo di Spagna; il re di Francia, ansioso di espandere il suo potere in Lombardia, all’epoca limitato al piccolo marchesato di Saluzzo, e anche i Medici granduchi di Toscana.
A ordirla, secondo il marchese d’Ayamonte, erano stati alcuni nobili di Langa, primi fra tutti il conte di Millesimo e il marchese di Gorzegno, in combutta con ambienti cattolici lombardi ispirati al cardinale arcivescovo Carlo Borromeo.
I signori della Langa ambivano istituire in Val Bormida, più precisamente nella “Terra Alta Langasca”, una specie di “nuova Ginevra”, ispirandosi proprio a quella città che si era affrancata dai duchi sabaudi. Tale “nuova Ginevra nella Terra Alta Langasca” avrebbe avuto il suo sbocco al mare a Finale poiché il marchese di quelle terre, Alfonso II, che viveva presso la corte imperiale di Vienna, ne era sicuramente informato e a sua volta teneva informato del complotto lo stesso imperatore, massimamente interessato a un ridimensionamento dell’egemonia spagnola in Italia.
Questo complotto aveva trovato l’appoggio degli ambienti cattolici lombardi, ispirati dall’onnipotente cardinale ambrosiano, che ambivano a istituire una teocrazia in Lombardia soggetta all’indiscussa autorità morale di quel fanatico di Carlo Borromeo: lo stesso che aveva fatto alzare alte palizzate nelle chiese per separare uomini e donne. Una teocrazia di fatto controllata dal papa, che avrebbe in tal modo esteso i domini pontifici in Val padana, al di là del Po.
(stefania piccoli dei Teses)
Nella “Terra Alta Langasca” il complotto era dettato anche da un altro motivo: l’esasperazione di conti e marchesi, ma soprattutto della gente comune, per il continuo passaggio di truppe spagnole inviate a sedare la rivolta protestante nelle fiandre e nei Paesi Bassi. I nobili della “Terra Alta Langasca” sapevano di poter contare sull’appoggio dei loro sudditi, stanchi del transito delle soldataglie che, sbarcate a Finale, percorrevano il corridoio della Val Bormida. Truppe prepotenti che andavano mantenute e alloggiate, con tanto di biada per i cavalli e i muli; e si doveva chinare il capo se razziavano i pollai e, sovente, pretendevano di coricarsi nel letto caldo di qualche contadino, scacciando nel fienile il legittimo proprietario, ma tenendo presso di sé la moglie o la figlia. Troppe volte si doveva fare buon viso a cattivo gioco di fronte alla soldataglia indisciplinata! Dopo la traumatica sconfitta nel Canale della Manica dell’Invincibile armata spagnola, il Mare del nord era stato precluso ai navigli del cattolicissimo re di Spagne e in un simile contesto Finale era diventato “il porto delle Fiandre”! Qui sbarcavano le truppe che poi percorrevano la “strada della Regina” lungo la Val Bormida di Spigno fino ad Alessandria e Milano, senza transitare per i domini del duca sabaudo e della Repubblica di Genova: un corridoio naturale che portava dritto in Lombardia. La strada poi proseguiva per la Valtellina e il San Gottardo, per poi discendere lungo la valle del Reno dove venivano utilizzati i barconi; una deviazione percorreva il Vallese e raggiungeva la franca Contea, già dominio del re di Spagna, dove incontrava nuovamente un “corridoio” spagnolo che attraverso la Lorena portava dritto nelle Fiandre.
Ma il vero motivo che induceva i conti e marchesi a vagheggiare “una nuova Ginevra” nella “Terra Alta Langasca” era un altro: l’incubo dei Savoia che, dopo la battaglia di Sam Quintino e la pace che ne era conseguita erano stati premiati oltre ogni misura, quando invece, prima di quella battaglia, sembravano fottuti. Avevano acquisito Asti, Alba, Cherasco, Ceva e gran parte dei Roeri e delle Basse Langhe: la “Terra Alta Langasca” era direttamente minacciata ed era soltanto questione di tempo. Naturale l’alleanza del conte di Millesimo e del marchese di Gorzegno con la Francia che, affacciata sulla Val Padana nel Marchesato di Saluzzo, non vedeva l’ora di riprendere la politica di Francesco I e scalzare da questo ricco territorio, il più fertile d’Europa, l’ingombrante Spagna. Ma per muoversi il re di Francia aveva bisogno di un pretesto: la pressante richiesta di aiuto da parte dei feudatari langhetti!
Il complotto doveva scattare sul sagrato del duomo ambrosiano, con il governatore spagnolo pugnalato a morte da quattro sicari reclutati in Brianza, i quali si sarebbero messi in salvo nel tumulto che ne sarebbe conseguito e che si sarebbe esteso dapprima a Milano e poi in tutta la Lombardia. Contemporaneamente, sarebbe cominciata la sollevazione delle Langhe, dove i nobili locali avevano già reclutato un migliaio di mercenari, ospitati segretamente nei loro castelli
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Tramite la spia savonese e il suo infiltrato, il viceré di Spagna marchese d’Ayamonte, vittima designata della congiura, aveva appurato che al centro del complotto c’erano il conte di Millesimo Ottaviano Del Carretto, suo fratello Nicolò, sempre in viaggio tra Roma, Savona e la contea in Val Bormida, il marchese di Gorzegno Thete Del Carretto e il granduca mediceo di Toscana, che si sentiva minacciato dall’egemonia spagnola in Italia.
All’epoca il marchesato di Gorzegno comprendeva numerosi paesi tra i quali Levice, Bergolo, Torre Bormida, Cravanzana, Feisoglio, Cerretto, Arguello, Albaretto della Torre, la Bòsia… e, quindi, figurava tra i più importanti stati delle Langhe. Per giunta al suo signore era concessa la facoltà di rilasciare “patenti da notaio” e tenere presso di sé, pertanto, un’università, con tanto di professori.
Thete Del Carretto, marchese di Gorzegno, aveva effettuato un viaggio a Firenze, dove aveva incontrato personalmente il granduca Francesco dei Medici. In seguito era tornato a casa con due borsoni pesantissimi, stracolmi di Fiorini d’oro necessari a reclutare truppe mercenarie.
(Luigi Bavagnoli fondatore dei Teses)
Un'altra informazione aveva acquisito il viceré di Spagna, governatore di Milano e della Lombardia: i congiurati si riunivano a Saliceto, in una stanza segreta sottostante una cisterna del castello! Anzi, probabilmente il popoloso borgo di Saliceto, situato al centro della “terra Alta Langasca”, sarebbe dovuto diventare la capitale del nuovo stato: una specie di cantone elvetico tra il Piemonte e la Liguria, ripartito in terzieri soggetti al marchese di Gorzegno (la parte settentrionale), al conte di Millesimo (la parte centrale) e al marchese di Finale (la parte meridionale affacciata sul mare).
(Stefania fotografa in fondo del pozzo)
Ma il complotto aveva subito un intoppo e un grave ritardo a causa di un evento imprevedibile e terribile: la peste!
Il 1577 si rivelò, infatti, un anno tra i peggiori del millennio, paragonabile al terribile 1348, quando la peste nera devastò e spopolò l’Europa.
Quell’anno il contagio colpì duramente Venezia, Napoli e Milano, più molte altre città dell’Europa, facendo registrare una mortalità superiore a un terzo della popolazione. Tutta la Val Padana era come pietrificata dalla paura. Si era fermati i commerci e si erano interrotte le comunicazioni.
E proprio la pestilenza, in questo caso provvidenziale al governatore di Milano e della Lombardia, gli permise di acquisire informazioni e di anticipare le mosse degli avversari.
(Luigi al balcone sotterraneo che si affaccia sul pozzo)
Nessun provvedimento fu preso nei confronti dell’arcivescovo di Milano, in odore di santità, intoccabile; la furia del viceré spagnolo si abbatté sulla “Terra Alta Langasca”, che non divenne libera “Ginevra” tra Piemonte e Liguria.
Non è dato sapere se il marchese di Ayamonte agì di sua iniziativa personale o in seguito all’autorizzazione del re da Madrid. A ogni modo, incurante del caso diplomatico che scatenava invadendo territori imperiali, mandò le truppe a occupare la contea di Millesimo costringendo il conte Ottaviano Del Carretto a una precipitosa fuga a Savona.
Chi doveva capire (l’arcivescovo di Milano), aveva sicuramente inteso!
Ma le truppe spagnole non occuparono il marchesato di Gorzegno, dove il marchese Thete si proclamò immediatamente innocente e si appellò frettolosamente alla protezione dell’imperatore del Sacro Romano Impero, dal quale dipendeva. A salvarlo, per la verità, fu la mancanza di prove nei suoi confronti, giacché le spie al soldo della Spagna operavano esclusivamente a Savona e a Millesimo, e avevano indicato il conte di Millesimo come “mente della congiura”. Al viceré spagnolo sarebbe stato difficile motivare l’occupazione di quel piccolo stato.
( l’eccezionale ritrovamento del passaggio segreto nel pozzo)
Invece, a essere proditoriamente occupati furono il castello e il Borgo di Saliceto, fulcri del complotto, nonostante appartenessero al marchesato di Finale e Alfonso II, il suo signore, non figurasse in prima fila tra i congiurati, vivendo presso la corte imperiale a Vienna. Per la verità Finale e le terre circostanti in riva al mare erano già state occupate dagli Spagnoli nel 1571, quanto si era sparsa la notizia di una probabile vendita del marchesato al re di Francia. Per questo motivo Alfonso II viveva praticamente esule a Vienna ed era favorevole al complotto. Sarebbe ritornato in possesso del suo marchesato solanto nel 1583, per intervento dell’imperatore del sacro Romano Impero, morendo durante il viaggio da Vienna a Finale.
Per la verità, la fulminea occupazione del borgo e del castello di Saliceto da parte delle truppe spagnole fu probabilmente motivata dall’esigenza di trovare i due borsoni stracolmi di fiorini d’oro, prova del complotto e, anche, del coinvolgimento del granduca di Toscana.
Il viceré spagnolo a Milano sapeva che il marchese Thete di Gorzegno non era sprovveduto al punto di lasciarsi sorprendere con quei borsoni in casa, durante un’incursione delle truppe spagnole che restò incombente ma non si concretizzò. Ne conseguiva che quei borsoni dovevano trovarsi a Saliceto: località scelta come capitale della “Nuova Ginevra” nella “Terra Alta Langasca”, dove peraltro si tenevano le riunioni segrete.
In seguito le truppe spagnole rimasero cinque anni a Saliceto, più che altro impegnate nella ricerca dei Fiorini d’oro di Firenze: un’autentica fortuna, che non furono trovati.
Poi, nel 1583, quel feudo fu estrapolato d’autorità dal marchesato di Finale al quale apparteneva, ormai in piena crisi e prossimo alla fine, per diventare appaggio dei duchi di Savoia che lo ambivano da un paio di secoli: dai tempi del marchese Tommaso, signore del Terziere di Millesimo, sospettato dai fratelli d’essere in trattative con i principi d’Acaja proprio per la cessione di Saliceto e, per questo motivo, probabilmente assassinato. La lapide nella chiesa di Saliceto, posta dai fratelli Alexander del Carretto, abbas bonaecombae, e Fabbritius del Carretto, eques hyerosolymitanus et comendator mediolanensis, eredi di Alfonso II, collocata proprio nel 1583, attesta inequivocabilmente la legittima rivendicazione su Saliceto e Paroldo da parte del Marchesato di Finale. Saliceto e Paroldo, estremità settentrionali di quel prospero marchesato, erano abusivamente pretesi dagli arroganti duchi di Torino, desiderosi di aprirsi un varco verso il mare Ligure a qualsiasi costo, anche con la guerra come successe ripetutatamente nei secoli successivi..
Né risulta che in seguito il marchese di Gorzegno, timoroso di esporsi, abbia speso la fortuna contenuta nei due borsoni pesantissimi. Ne consegue, pertanto, che quella montagna di Fiorini dello stesso colore del sole ci deve ancora essere da qualche parte a Saliceto! Forse in quella stanza segreta sotto la cisterna del castello, citata peraltro nel processo intentato a Milano contro il conte di Millesimo, dove più nessuno è sceso dal 1578, all’arrivo delle truppe spagnole che non riuscirono a trovarla.

Quel vasto complotto fu l’estrema utopia per la “Terra Alta Langasca”!
Non seguirono altre occasioni, altre opportunità: stava scritto nelle stelle che dove diventare terra di frontiera, smembrata da confini!
Proprio in concomitanza con “il sogno cantonale” la “Terra Alta Langasca” fu duramente devastata da una tremenda pulsazione della peste, da una impressionante alluvione e dalle persistenti guerre che trasformavano le amene colline e le boscose montagne in luoghi di scontri e saccheggi.
Esemplare la sorte di Cortemilia, che a metà del secolo XVI vantava sette borghi; ma pochi decenni dopo quei borghi si erano ridotti a due soltanto e tali sarebbero remasti negli anni successivi, fino ai giorni nostri.
Così annotò il Casalis:
“… si sparse infelicemente pel territorio di questo paese e per quelli de’ luoghi circonvicini la pestilenza, la quale infierì per modo che se ne spense quasi tutta la popolazione: ond’è che per la forza del malore e per i guasti e gli incendi cagionati dagli Austriaci, cinque borghi di Cortemilia vennero interamente distrutti e i due rimanenti, di cui è composto il paese, ne furono assai malconci.
Ai danni della guerra si aggiunsero le inondazioni della Bormida, tra le quali si nota singolarmente quella del luglio 1584, che con gravissimo nocumento allagò non soltanto il capoluogo ma tutto il territorio all’intorno. Per questa inondazione e per l’anzidetta pestilenza, varie nobili famiglie che abitavano Cortemilia abbandonarono le dimore e fissarono altrove il loro domicilio.”

In merito alla grande congiura che fu architettata ma non realizzata, resta il sospetto che la vera mente del complotto debba essere cercata a Vienna. Si tratterebbe, precisamente, del marchese Alfonso II, che aveva visto il suo marchesato invaso dalle truppe spagnole nel 1571, allorché si era sparsa la voce di trattative con il re di Francia per la vendita del Finalese. Con l’avallo dei cancellieri imperiali, desiderosi di riportare la Val Padana, la terra più ricca d’Europa, nell’ambito del Sacro Romano Impero, Alfonso II aveva cominciato a tessere la vasta tela di ragno, con l’obiettivo di tornare in possesso del suo marchesato, eventualmente inglobato in uno stato nuovo: un cantone carrettesco che inglobasse gli innumerevoli feudi imperiali delle Langhe, minacciati dall’espansionismo sabaudo. E, probabilmente, a bloccare ogni cosa non fu la peste, ma l’irruzione sulla scena del complotto del re di Francia, avido quanto l’imperatore del ducato di Milano.