IL TESORO DELL’ACROPOLI
E IL MITO DELLA CAPRA D’ORO

( di Guido Araldo)
I toponimi della “Terra Alta Langasca”, soprattutto in Val Bormida di Ponente, sono riconducili alla conquista romana.
A riguardo è opportuno un tuffo in un passato remoto e rievocare i liguri Salui o Salluvi, noti come Salassi al di là del Po, nelle valli della Dora e della Sesia.
Sussistono frammenti di testimonianze storiche, riconducibili allo scrittore romano Plinio (Nat. Hist. Libro III) di una migrazione dei Liguri Salui dalle rive del Rodano verso la Val Padana; probabilmente all’epoca dell’invasione gallica guidata dal re Brenno o prima ancora. A questa imponente migrazione viene attribuita la fondazione di villaggi come Saluzzo, Saluggia e Saluzzola in provincia di Vercelli, Salizzola in provincia di Verona, che trarrebbero il loro nome dai Salui o Salluvi. Sussiste una Salea di Alberga, mentre sulla "Terra Alta Langasca" quattro paesi presentano il suffisso Sale nei toponimi: Saliceto, Sale Langhe, Sale San Giovanni e Saleggio, antico nome di Castelletto Uzzone. Così pure, al di là delle Alpi, in Provenza, viene attribuita a questi Liguri la fondazione di Aix-en-Provence, il cui nome latino era Aquae Sextiae Salluviorum.
Lo storico romano Tito Livio nel libro XXVIII descrisse la seconda guerra punica (la prima guerra mondiale della storia) e v’inserì la conflittualità tra Genova e il Ponente Ligure, dove sorgevano le città di “Savo” Savona e “Albingaunum”, Alberga, entrambe alleate a Cartagine poiché la loro rivale, Genova, era alleata dei Romani.
In questo contesto emerse la distinzione tra i Liguri “Alpini”, quelli della Riviera di Ponente, e i Liguri “Montani”, che popolavano l’entroterra: più precisamente “la Terra Alta Langasca”..
Nel 205 a.C. i Liguri “Alpini” di Savona e Alberga furono aiutati dalla flotta cartaginese a devastare Genova e in seguito, sempre con l’aiuto dei Cartaginesi, effettuarono spedizioni punitive al di là del giogo contro i Liguri della “Terra Alta Langasca”, loro secolari avversari.
Fu un’alleanza che si protrasse per tutta la seconda guerra punica: i Liguri del Ponente, gli “Alpini”, assicurarono un prezioso appoggio logistico ai Cartaginesi e, anche, un supporto marittimo poiché disponevano di flotte agguerrite. Ma la guerra finì per loro nel modo peggiore, con la totale sconfitta dei Cartaginesi. E fu allora che Roma si affacciò prepotentemente nell’antica Liguria che si estendeva dalla foce dell’Arno alle rive del Rodano, includendo le Alpi Occidentali.
A patirne le conseguenze, per prima, fu Savona: ridotta a “vicus”, miserabile villaggio di pescatori. Al suo posto fu fondata la colonia di Vada Sabatia, affidata a veterani romani, per addivenire a un miglior controllo del territorio. Subito dopo, nell’anno 181 a.C., fu invaso il territorio degli Ingauni, che subirono una tremenda sconfitta in prossimità della loro capitale (Tito Livio libro XI).
Otto anni dopo sorte toccò alla “Terra Alta Langasca” e alla sua capitale dall’emblematico nome minoico o forse miceneo: Karystos, in latino Caristum.
Dopo la drammatica esperienza della calata in Italia di Annibale, premeva ai Romani estendere il loro controllo alle regioni situate ai piedi delle Alpi Occidentali.
La campagna fu affidata al console Marco Pompilio Lenate che, partito da Derthona nella primavera dell’anno 173 a.C., risalì faticosamente la Valle Bormida e sconfisse i liguri della “Terra Alta Langasca” in una grande battaglia campale all’esterno della città Karystos, tra le più importanti della Liguria.
Dopo la vittoria, il console romano fu spietato e distrusse le case, sparse il sale nei campi, fece passare l’aratro nelle strade per attestare la definitiva rovina della città. I superstiti, circa 20.000 tra vecchi, donne e bambini, furono incatenati e tratti in schiavitù a Roma. Di tanta tragedia esiste la preziosa documentazione di Tito Livio, nel libro XI, dov’è descritta la delusione del console vincitore che, rientrato nell’Urbe, non ottenne l’agognato trionfo con la folla di schiavi che lo seguiva per manifesta crudeltà contro i vinti. Un evento rarissimo nella storia di Roma! Anzi, Marco Pompilio Lenate dovette discolparsi dalle accuse a suo carico formulate dai Senatori inorriditi per la sua crudeltà.
A nessuno è noto dove sorgesse Karystos!
Per gli abitanti di Acqui Terme non ci sono dubbi: Karystos era semplicemente la città preesistente ad Aquae Statiellae.
Per i Cairesi, invece, l’antica città si trovava nel loro territorio che, per l’assonanza fonetica “palese” tra Caristum e Cairum e Caretum; ma, all’epoca, il primo si chiamava Canalicum e il secondo, semplicemente, non esisteva.
Per la verità, le uniche tracce di quella grande città, scomparsa da duemila anni, persistono nella toponomastica della Valle Bormida, che costituì inequivocabilmente la “via” di penetrazione romana:
Castino = Castra, gli accampamenti romani.
Cortemilia = Cohors Aemilia, stanziamento della Coorte del tribuno Emilio.
Gorzegno = Cohors Aeni, stanziamento della Coorte del tribuno Ennio.
Monesiglio = Mons Vigilium, monte delle guardie, avamposto verso l’alta valle.
Cengio da “cingere”: il verbo circondare, allo scopo d’impedire l’arrivo di soccorsi da meridione alla città assediata.
Levice, probabilmente, da “levis iter”: facile cammino che collegava le coorti di Emilio ed Ennio.
Camerana da “cameranus”: il pontile fluviale dove attraccavano le chiatte militari note come le “camerae” dalle fiancate protette da grandi scudi, sovente dotate di una copertura fortificata da scudi. Queste chiatte militari venivano utilizzate in “territori ostili” per il trasporto di truppe, l’approvvigionamento delle vettovaglie e, anche, per assalti alle flottiglie nemiche con effetti devastanti poiché le “camerae” erano difficili da affrontare ed espugnare.

Personalmente sono propenso a considerare Caristum come un agglomerato di villaggi fortificati attorno al bosco sacro delle Lavine (mitiche ninfe liguri), con le cime delle vicine colline costituite da acropoli fortificate. Di queste colline la più importante era quella di ponente: la collina della Margherita, ora della Rosa, in posizione dominante la Val Bormida, peraltro ancora il secolo scorso ricca di sorgenti: ne sono riuscito a individuarne sette, di cui due in prossimità del Castelvecchio, la cima, dove probabilmente sorgeva l’acropoli antica. C’era persino un “lago” sullo scosceso versante di ponente, testimonianza del proprietario del fondo, il signor Piero Santero: una “vasta cisterna” scavata nel tufo, poco profonda sotto un’alta roccia, dove anche nei periodi siccitosi estivi vi stillava fresca e limida acqua, preziosissima.
Nomi emblematici affiorano dal passato più remoto, quelli delle colline attorno al “bosco sacro delle Lavine”, in prossimità del colle del Monte Circino, ora Montecerchio: Sieizi, Erzi, Eizi, Zerzi e Preizi!
E proprio a metà strada tra le “Lavine” e la collina della Margherita si trova il grande “prato dei Valli”: dal latino Vallum, sistema difensivo con possenti mura e fossati.
In tutta la zona sono ancora visibili massi megalitici, risalenti a quell’epoca remota.
A settentrione c’è inoltre la “collina del Pilo” (bric ed’Pil) dal nome inequivocabile che prende nome dal micidiale giavellotto in uso presso i legionari romani. Suggestiva l’immagine del console romano assiso sulla collina più alta, come effettivamente è “il bricco del Pilo”, intento a dirigere l’ultimo assalto alla caparbia capitale dei Liguri e, dopo la vittoria, il suo pilo infisso nel terreno, quasi a simboleggiare la “presa di possesso” da parte di Roma dell’intera regione. Il nome di quel giavellotto: il pilum, è rimasto nei millenni alla collina!
Caristum fu l’ultima città ligure, la più importante, a capitolare.
Qui si erano rifugiati i sacerdoti, gli scribi, gli ultimi custodi della “civiltà ligure”, dopo che le città della costa era capitolate: una dopo l’altra. Qui fu definitivamente spenta quella grande civiltà! Chissà quali segreti custodiscono le viscere di queste colline! Prima di soccombere, i Liguri della “Terra Alta Langasca” provvidero a nascondere i loro tesori più preziosi, in luoghi sicuri, con i documenti più importanti…

Dopo la devastante spedizione di Marco Pompilio Lenate, la conquista romana della regione fu ultimata dal console Appio Claudio che nel 143 a.C. assoggettò il vasto territorio dei Salassi, a nord del Po, spingendosi fino all’attuale Valle d’Aosta. Poco dopo Alba, con la Lex Pompeia de Gallia Citeriore, fu la prima città ligure a ottenere il riconoscimento della cittadinanza romana e assunse il nome ufficiale di Alba Pompeia. Cent’anni dopo la lex Roscia estese il diritto alla cittadinanza romana in tutta la Liguria, e pare che questa legge fu la causa di un’intensa migrazione di Etruschi verso la Riviera di Levante e la “Terra Alta Langasca”, divenuta “desertis locis” dopo la conquista romana.
In seguito, al termine delle guerre civili, l’imperatore Augusto ebbe necessità di sistemare più di 200.000 veterani, che gratificò con la concessione di vaste proprietà, in gran parte situate in Val Padana e, anche, sulle Langhe, inclusa la “Terra Alta Langasca”.
Senz’ombra di dubbio risale a quei tempi la “centuriazione” dei terreni: i campi lunghi e stretti, visibili ancora oggi nel fondovalle della Bormida e del Belbo. Fu un periodo d’intensa colonizzazione agricola, e quei campi rimasero tali nel corso dei secoli.
Connesso probabilmente ad antichissimi tesori liguri è il mito della “capra d’oro”: una capra tutta d’oro sepolta alla sommità della collina della Rosa, al Castelvecchio, dove probabilmente sorgeva l’acropoli di Caristum. Per tutto il secolo scorso e più ancora nel secolo precedente la “capra d’oro” fu oggetto d’intense ricerche. Il proprietario del fondo, Piero Santero classe 1927, ricorda le continue buche rinvenute sia al Castelvecchio che nei dintorni, causate da frettolose ricerca notturne effettuate da occasionali tombaroli salicetesi. Nelle osterie del borgo la “capra d’oro” era oggetto di continue discussioni, che poi si trasformavano in affannosi scavi.
Secondo Giacomo Ballocco la capra d’oro non potrebbe essere una statua d’oro raffigurante una capra; ma una bisaccia di pelle di capra colma di antichissime monete d’oro, forse bizantine se non addirittura liguri, di quelle coniate a imitazione delle dracme dei greci di Marsiglia.

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