Perchè “cere-fäze”?
( di Guido Araldo)
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Una risposta a questa domanda, per la verità, l’avrei.

Ancora il secolo XVII, cruciale per l’Alta Langa, a causa dei duchi sabaudi sempre più invadente!
La Pace dei Pirenei, stipulata il 7 novembre 1659 tra Francia e Spagna al termine di una guerra lunga 24 anni, firmata dal generale spagnolo Luis de Haro e dal cardinale Mazarino, primo ministro del regno di Francia, fu una pietra miliare nella storia d’Europa.
I duchi sabaudi, come sempre in simili occasioni, ne seppero trarre notevoli vantaggi: tra questi Saliceto, Camerana e Gottasecca che entrarono stabilmente nei loro domini; punta avanzata verso la Riviera ligure.
Da molto tempo i duchi di Savoia miravano a un approdo nella Riviera di Ponente, giacché l’unico sbocco al mare che disponevano, la città di Nizza, era irraggiungibile nei mesi invernali. Un conto superare a gennaio colle di Ca-di-bona, “la colla di San Giacomo” o il Melogno; tutt’altra faccenda raggiungere il Passo della Cornia, come allora si chiamava il Colle di Tenda, a quasi 2.000 metri di quota! Per farsi un’idea all’epoca transitavano su quel colle, nell’arco dell’anno, più di diecimila muli!
Le conseguenze di queste nuove acquisizioni non si fecero attendere: l’antica strada di Langa della Magistra Langarum, di probabile origine romana, fu abbandonata; al suo posto, per il controllo dei dazi, fonte importantissima di gettito per le finanze sabaude, fu privilegiato un
nuovo percorso, che collegava direttamente Altare a Saliceto.
Cominciò in questo modo l’epopea degli sfrosadori, i contrabbandieri del sale, che sarebbe durata cent’anni, con scontri continui al Colle delle Lavine, al Baraccone e al Pian del Torto sopra la Scaletta, in direzione di Monesiglio.
Nel mese di giugno del 1672 ci fu una svolta!
Il duca sabaudo Carlo Emanuele II tentò un’azione di forza, allo scopo d’impadronirsi di Savona.
A Carlo Emanuele II erano note sia le difficoltà politiche e finanziarie che in quegli anni travagliavano l’antica repubblica, sia l’inquietudine dei Savonesi, da sempre sudditi inquieti di Genova,
Esistevano, dunque, tutte le premesse per una facile impresa! La congiura filosabauda era gestita a Savona da un prete langhetto, rimasto sconosciuto; ma molti indizi lasciano supporre che fosse di origine salicetese; a Genova, invece, il capo dei congiurati era un certo Raffaele Torre, di nobile famiglia, desideroso d’impossessarsi della repubblica e trasformarla in un personale ducato
.
L’esercito sabaudo arrivò a Saliceto il 24 giugno 1672, festa di san Giovanni, Più di quattromila uomini in armi, 3.000 fanti e 1.000 cavalieri, scesero dalla collina di Rovereto e guadarono la Bormida tra lo stupore generale. Bandiere al vento e rulli di tamburo annunciarono l’arrivo del conte Catalano Alfieri, comandante di quell’armata, circondato dai suoi luogotenenti: suo figlio Alfieri di Magliano, l’altrettanto giovane Carlo di Simiane,
La strategia era semplice: l’esercito sarebbe ripartito quella notte stessa per irrompere, prima dell’alba, tra le mura di Savona, dove i congiurati avrebbero provveduto ad aprire le porte. Contemporaneamente Raffaele Torre avrebbe innescato la rivolta nei carruggi di Genova, impedendo alla repubblica di portare soccorso a Savona.
Fu allora che accadde l’imprevedibile: un principio di avvelenamento del comandante in capo dell’esercito piemontese, il conte Calano Alfieri! Un tremendo mal di pancia lo colse dopo la cena consumata nel castello di Saliceto, poco prima della partenza.
Inevitabilmente la spedizione patì un ritardo! L’esercito si mosse soltanto all’alba, non la sera precedente, secondo i piani elaborati con grande cura.
Ma, ormai, la sorpresa era fallita! Già in vista di Altare, in prossimità del Colle di Ca-di-bona, le truppe piemontesi furono bloccate da un frate di Carcare che le raggiunse annunciò trafelato che truppe genovesi erano già giunte a presidiare il colle. La strada per Savona non era sgombra! Tra le truppe sabaude dilagò la confusione. Che fare?
Si tenne immediatamente un nuovo “consiglio di guerra”. Il conte di Piossasco consigliava di tornare a Saliceto: tutto, ormai, era perduto!
Ma che accadde veramente a Saliceto nel tardo pomeriggio del 24 giugno 1672? Lo stesso conte Catalano Alfieri informò il duca di aver mangiato nel castello di Saliceto del pesce della marina probabilmente avariato, con conseguente gravissimo malessere. Non espose l’ipotesi di un complotto che avrebbe inguaiato il marchese di Saliceto e Bagnasco, proprietario del castello, che lo aveva accolto festoso, a braccia aperte.
In quegli anni Saliceto era un covo di sfrosadori: contrabbandieri del sale!
Non era raro, secondo le scarse documentazioni dell’epoca, udire colpi di schioppo nella Contrada Maestra: la via principale che attraversava il borgo da Porta Cunea a Ovest alla Porta Galera a Est, per scontri frequenti con le guardie ducali, preposte alla lotta al contrabbando. Il governo sabaudo non soltanto aveva rivoluzionato il sistema viario, ma aveva comportato una generale regressione economica: da centro commerciale di granaglie e del sale, Saliceto era retrocesso a estremo presidio di frontiera. Il residuo commercio, che a ogni modo aveva subito un autentico tracollo, era passato a Monesiglio
Qualcuno a Saliceto vide arrivare l’armata piemontese, capì e non esitò: manteneva intensi contatti con i Genovesi, per il contrabbando del sale, e aveva anche “amici” o “amiche”, all’interno del castello. Fu quasi un gioco da ragazzi! Qualcuno corse a Savona, a dare l’allarme. Qualcun altro si preoccupò di somministrare il veleno: forse un’amante… Nessuno fu denunciato. Dal castellano furono puniti approvvigionatori, cuoche e cameriere. Ma i Langhetti, maliziosi, presero a chiamare i Salicetesi “cere-fäze”, facce false, per come avevano accolto festanti il conte Catalano Alfiere, mentre gli preparavano un pasto con i fiocchi!